Non c’è storia per chi non possiede la morte

E’ una storia che scrissi nel lontano 2010 e che raffigura un monologo di un uomo indirizzato al proprio amico, ormai troppo lontano per permettere un dialogo. Storia di un costo troppo amaro da pagare in cambio di una presunta benedizione, un acceso contrasto tra la vita e la morte.

Non c’è storia per chi non possiede la morte

Solitudine

“Siedo ora di fronte a te, amico. Una brezza accarezza gentilmente il mio volto, il sole riscalda questa giornata un po’ triste, un po’ fredda. Siedo di fronte a te per parlare, che tu mi possa sentire o meno. Voglio dirti… avrei voluto dirti solo quanto mi sia sbagliato ad avere preso quella decisione, nonostante tu me l’avessi sconsigliata apertamente…
Io ho accettato quell’offerta, trascurando la preziosa raccomandazione, in un momento di furore, di confusione, di rancore, e ora ne pago le conseguenze”.
Così inizia a parlarmi. La sua aria è cupa, l’allegria della voce, un tempo usuale, assente, e probabilmente non lo riconoscerei se non ce l’avessi in questo momento di fronte.
Non rispondo, attendo che il suo discorso prosegua.
Riprende: “Ti devo dire, amico, un sacco di cose… ne sono successe davvero tante dall’ultima volta che ci siamo visti.” – sospira – “Ti ricordi dell’altro membro del  nostro trio? Lui ha passato una vita tranquilla in serenità e pace da spirito libero, come si era sempre definito nei suoi discorsi. Nemmeno un rimpianto. Ci ha lasciato da qualche tempo… ed ebbi l’occasione di rivederti al suo funerale, appena arrivato da molto lontano.
Ogni giorno che passa la mia vita si trasforma sempre più in un’illusione: vedo nuove persone girare per strada, mentre i conoscenti e i cari invecchiano poco a poco, finché qualcuno non ci lascia.
Te lo ripeto ancora, amico mio: mi dispiace! Questa é senz’altro la più orribile maledizione a cui potessi andare incontro nel corso della mia vita. Sono sempre stato così, sotto sotto, lo sai. Sempre impulsivo, ribelle… mi sono spinto diverse volte in situazioni da cui non sarei mai uscito senza il tuo sostegno, fino a questa. E penso di avere provato sulla mia pelle il significato e il valore della vita”.
Sento il calore della sua mano, vigorosa al solito, toccare la pietra che porta il mio nome. Sono sistemato sulla sommità di una collina, da cui è possibile ammirare da una parte il mare, che si estende per chilometri e chilometri fin dove l’immaginazione può arrivare, forse anche oltre, e con il suo blu intenso culla l’occhio dell’osservatore come un abbraccio universale e conciliatorio con la natura. Il suo sapore giunge fresco a rinnovare l’aria di una vitale consistenza. Dall’altra parte imponenti massicci montuosi si innalzano, mostrando sui propri pendii candide tracce di neve. Sparsi dietro a me alberi che sorreggono ancora qualche foglia color fuoco vivo che il vento non è riuscito a strappare.
Lui intanto rimane in profondo silenzio, assorto in mille pensieri.
“Quell’offerta”, ricomincia all’improvviso, “é stata la mia condanna. Molti uomini cercano di prolungare la propria esistenza su questa Terra, affannandosi nel sfuggire alla morte. Ma, si sa, giungerà anche per questi l’ora di salutare i propri cari. Qualcuno ha paura, essenzialmente, ma paura di cosa? Ciò che segue, a patto che ci sia qualcosa, è misterioso e sconosciuto all’uomo, sfugge alla sua razionalità, e suscita in lui il timore dell’ignoto. Lo diceva anche Shakespeare, nel monologo di Amleto.
La paura della morte è sempre stata interma all’uomo. Ma di cosa, mi chiedo? La sofferenza? Per i mali commessi in vita?
Ritengo questo ragionamento piuttosto meschino: l’uomo dovrebbe vivere in modo onesto, leale, corretto con gli altri senza temere un Dio che lo punisca. L’uomo dovrebbe agire così di principio, perché gli consente un’esistenza migliore in società. Il bene non è di pochi, ma di tutti.
La tua lettera che mi è giunta con il testamento mi conferma che hai cercato di seguire questa linea di pensiero nella tua vita, e questo mi scalda il cuore!
C’è anche un certo timore, amico mio, di non riuscire a compiere quelle azioni che tanto desideriamo: sogni nel cassetto, programmi… Ma quello che ci capita spesso é di programmare senza interruzione, di dare per scontato un domani, quasi ignorando che noi stessi, e anche chi ci circonda, non siamo infiniti. Dimenticandoci di questo si può iniziare a non vivere più il proprio presente, facendolo scorrere passivamente nell’attesa di un evento futuro”.
Si ferma, si inginocchia e alza lo sguardo verso la mia foto, cercando quasi di farla vivere, e dice: “Mi è stato offerto di vivere una vita infinita, senza invecchiare mai, e io ho accettato. Qual errore più grande, amico mio? Osservo la mia immagine riflessa nel vetro che copre la foto e non vedo che l’ombra di un uomo. Ho venduto la mia morte in cambio dell’infinito, ma ora ogni giorno assomiglia a un altro, e rimango sempre più solo. Vedo gli altri invecchiare senza poterci fare nulla. Ho sofferto la perdita di molti amici, delle persone care della mia vita, senza mai cambiare aspetto. Ho detto addio a molte persone, e ora é toccato a te. Mi è dispiaciuto non averti potuto vedere prima che ci lasciassi, per darti il mio ultimo e disperato saluto.
Ho rinunciato anche alla mia vita, alla mia esistenza. L’infinito non appartiene all’uomo, non è qualcosa che lui sappia maneggiare. La vita ha un senso solo se ne viviamo anche la fine. Per i filosofi greci, l’infinito rappresenta qualcosa di imperfetto, non concepibile, quasi imbarazzante. E ora capisco il perché”.
Guarda la mia lapide con enorme tristezza, dai suoi occhi traspare quasi un senso di abbandono, di inesistenza;  si legge la morte che cova dentro di sé.
Conclude così il suo discorso: “Ti saluto, caro amico, ti porgo il mio estremo saluto. Non aspettarmi una seconda volta, non tornerò: in questo modo questo giorno sarà diverso da tutti gli altri e degno di essere ricordato. La nostra storia finisce qui. Dovunque tu sia, se mi puoi sentire, non essere triste per me: non sono più quello che hai conosciuto”.
E così si alza, porge papavero sulla mia tomba e si allontana. Mi fa piacere che si ricordi di quel fiore…

***

Non ti ho più rivisto da quel giorno.
Caro amico, hai rinunciato alla morte, distruggendo così la tua vita.
Non c’è storia per chi non possiede la morte. Non esiste più passato, presente o futuro, tutto é mescolato in un’unica e indefinita sostanza. Dovunque tu sia, per favore, ascolta le mie parole: vivi serenamente, felice nella tua condizione, che ti può permettere di fare un bene infinito. Sarà difficile legarsi alle persone, lo so, ma sfrutta al meglio la tua condizione: vivi per gli altri.
Detto questo, mi ritiro nel sonno che la mia condizione impone. Arrivederci.

(revisione 2012)

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